A cura di Sara Sabbadin (Psicologa, IPAB La Pieve, Breganze)  e Laura Ceppi (Psicologa, Istituto la Provvidenza, Busto Arsizio)

Custodi di storie. Così definì il lavoro dello psicologo una residente della struttura in cui lavoro. Non mi ero mai pensata in questa definizione, eppure mi ci riconobbi subito e la feci mia. E a volte, quando con alcuni non riesco a trovare parole comprensibili per spiegare il lavoro che possiamo fare assieme, la utilizzo.

Lo psicologo in RSA custodisce storie, facilita i pensieri

Perché è vero: in struttura si incontrano storie in continuazione. Le ascoltiamo raccontate con orgoglio durante i colloqui, o sussurrate ad occhi bassi; a volte ci investono con tutta la rabbia e il dolore che portano con sé, altre volte ci sorprendono, rivelatrici di una vita quasi inimmaginabile davanti alla malattia del tempo presente. Ma sempre troviamo conferma che ognuno di noi è frutto della propria storia, e che conoscerla è il primo passo per esplorare i bisogni che l’altro porta e dare un senso ai suoi comportamenti.

Lavorare come psicologo in struttura significa aiutare l’équipe a vedere chi abbiamo davanti attraverso la sua storia, muovendosi con metodo nella ricerca di una spiegazione a comportamenti complessi e apparentemente incomprensibili, faticosi da gestire e disturbanti per quella routine che falsamente ci rassicura, imbrigliandoci nell’idea di una generica assistenza efficace per tutti.

Le umanità che si incontrano all’interno della RSA

Non è mai così. Dentro le strutture transita un mare di umanità, con il camice e senza camice, ognuno con la sua storia, ognuno con i suoi bisogni, ognuno alla ricerca di un equilibrio tra quello che è stato prima di entrare e quello che riesce a essere dopo.

Io mi sento nel mezzo, barca che segue le onde e prova ad essere porto, punto di approdo per chi lo desidera, compagna di viaggio per un tratto breve, a volte per appena un momento il giorno dell’ingresso, altre volte per un tempo lungo, attraverso le tempeste e il mare calmo della vita in struttura. A seconda di dove quel viaggiatore vuole andare, e quante porte ha voglia di aprire in questo viaggio, lo psicologo in struttura accompagna la persona nel percorso di adattamento alla nuova vita che la struttura comporta, alla ricerca, spesso faticosa, di un’integrazione nella propria identità di questa nuova vita e questa nuova immagine di sé, a volte scelta, altre invece imposta dagli eventi.

Lo psicologo e i familiari

A fianco a noi sono le famiglie. Spesso ci camminano vicine, disorientate nella ricerca di sensi e significati davanti alla sfida di un ricovero che spesso è sofferto, a lungo rifiutato e infine dolorosamente accolto come unica soluzione possibile. Una parte del lavoro come psicologa in struttura è accogliere e accompagnare le famiglie, spesso in un lavoro corale con l’assistente sociale, offrendo uno spazio in cui lavorare su di sé per continuare a prendersi cura dell’anziano che ci stanno affidando, ma anche per prendersi cura di sé stesse.

Per ogni anziano che entra entrano anche due o tre familiari

Molte volte in équipe ci siamo detti che per ogni anziano che entra, entrano anche almeno due o tre familiari e che i conteggi da standard sul numero totale delle persone di cui ci prendiamo cura dovrebbero sempre essere moltiplicati per tre. Ma ci sono anche famiglie che camminano lontano da noi, portandosi appresso una fatica enorme. Le vediamo aggrapparsi alle difese che le aiutano a tenere duro, piene di piccole crepe che bisogna avere l’attenzione di rispettare, di non solleticare per non rischiare di trasformarle in crepacci che inghiottiranno loro e noi. Anche qui lavoriamo molto, nel cercare un aggancio che permetta la miglior cura e nell’affiancare l’équipe a comprendere il modo giusto di entrare in relazione, a separare le parole dai significati, a vedere la fatica e i bisogni nelle contestazioni.

Lo psicologo e l’équipe di cura

Custodi di storie e guida per l’équipe multidisciplinare nel tradurre quello che la persona è stata ed è, con coerenza e continuità, nel gesto professionale di cura e relazione, aiutandoli a incuriosirsi della persona anziana anche quando trascorre anni e anni nella struttura e la routinarietà del lavoro potrebbe condurci a pensare che non ci sia più niente di nuovo da scoprire dell’individuo.

L’operatore è il massimo esperto della relazione con l’anziano

Gli operatori sono i massimi esperti della relazione con l’anziano, anch’essi custodi di storie acquisite talvolta implicitamente nella quotidianità del lavoro con il residente.

Non solo la storia di vita, ma soprattutto i gusti, i desideri, le preferenze legate alle modalità di accettare e chiedere aiuto, vicinanza e protezione. Entrano nella sfera intima della persona attraverso i momenti di cura come l’igiene, l’alimentazione, il cambio vestiti, e attraverso momenti di ascolto e attenzione al linguaggio non verbale del corpo. Spesso, come psicologi, siamo chiamati a intervenire nelle situazioni percepite come critiche, dettate, per esempio, dal manifestarsi di ansia, agitazione, apatia, depressione, deliri o allucinazioni, attività motoria, insonnia o ipersonnia, problematiche alimentari, supportando l’équipe nella costruzione di ipotesi che guidino a guardare la persona oltre al comportamento e al significato che quel sintomo può avere per la soggettività dell’individuo che lo incarna.

L’elevata emotività della persona anziana, ancor più quando affetta da demenza, può quindi dar luogo a vissuti psicologici o agiti comportamentali a cui non è sempre facile trovar risposta, i quali possono attivare nei curanti impotenza e frustrazione e alimentare tentativi individuali di risoluzione della situazione.

Le conoscenze tacite che devono essere lasciate emergere

Il ruolo dello psicologo è quello di guidare l’équipe a far emergere questo patrimonio di conoscenze tacite, insite nel gesto professionale quotidiano, e tradurle in strumenti dicibili e condivisibili così che il lavoro con i colleghi diventi esso stesso strumento di Cura.

Lo spazio d’elezione per far ciò è dato dalla supervisione dei casi clinici. Essa rappresenta un elemento fondamentale per la promozione di un maggiore assetto cooperativo tra gli operatori e la co-costruzione di un’immagine della persona che integri sia gli eventi di vita che le modalità relazionali. Questo fornisce all’équipe una maggiore consapevolezza di quello che avviene nello spazio relazionale della cura e orienta nella scelta personalizzata dell’intervento.

Lavorare con le criticità

Ingresso, accoglienza, emozioni, famiglie, relazioni, persona anziana, équipe… la complessità del lavoro è tale da portarci, sovente, a doverci confrontare con situazioni critiche. Ma cosa significa lavorare con la criticità? Per rispondere è bene partire dal significato che ogni persona attribuisce al termine “criticità” poiché per ognuno può essere critico un evento diverso a seconda del modo con cui si vive nella situazione, regola e co-regola le emozioni nello spazio inter-relazionale.

Recentemente abbiamo tenuto un corso a Vicenza per colleghi psicologi che lavorano in struttura (“Lo Psicologo in RSA: strumenti e tecniche per il lavoro con la persona anziana, l’équipe di cura e la famiglia”) dove abbiamo chiesto alle corsiste di individuare quali elementi caratterizzano le situazioni di criticità in struttura e le emozioni che loro per prime si trovano a sperimentare dentro di essa.

Dalla condivisione delle esperienze individuali emerge come lo psicologo venga spesso attivato nelle situazioni percepite come emergenze improvvise, con la richiesta di un intervento immediato, che il più delle volte porta a sperimentare un vissuto di impotenza e genera il rischio di agire trascinate dall’urgenza vissuta dall’équipe. Alla base di tutto questo vi è spesso un desiderio di sentirsi efficaci e farci percepire efficaci dall’intera équipe multidisciplinare.

Ascolto e confronto: due attività utili

Cosa ci aiuta in queste situazioni? Due le azioni utili: da una parte l’ascolto dell’équipe, in termini di pensieri e di emozioni (come stanno quei curanti in quella situazione? Cosa sperimentano? Che sguardo portano con la loro percezione alla persona anziana?) e la sospensione dell’azione a favore dell’osservazione della situazione di criticità.

Dall’altra il confronto con i colleghi, di cui molti di noi sentono fortemente la mancanza, attraverso la creazione di una rete tra psicologi che lavorano in RSA con la finalità di confrontarsi su temi e situazioni di impasse per allargare lo sguardo, individuare eventuali aspetti non considerati, condividere strumenti e processi di intervento, sentendosi così meno soli.